Collateral

Un killer, un glaciale e credibile Tom Cruise, tiene in ostaggio un tassista e si fa accompagnare dai suoi vari bersagli per le strade di una Los Angeles notturna, ritratta da una fotografia lucida, di luci e ombre, come quelle nell’animo dei protagonisti.

Michael Mann, regista del film, gioca a farci credere che il protagonista possa liberarsi, illudendoci nei suoi tentativi di fuga fino al finale, che chiude il film a cerchio, riprendendo ciò che ci è stato mostrato nelle prime scene. Anche il finale, gioca nel rappresentare una via senza apparente uscita.

Il tutto infine è pervaso da un disincantato pessimismo: “Ehi Max, un uomo sale sulla metropolitana qui a Los Angeles e muore. Pensi che se ne accorgerà qualcuno?”.

Noi spettatori seguiamo il taxi a nostra volta, bloccati e ostacolati, anche nel coinvolgimento emotivo, non riuscendo mai a fremere o restare in suspense, sia per via della caratterizzazione dei personaggi, uno bloccato e uno implacabile, sia per la mancanza di ostacoli avvincenti e punti di svolta nella scrittura del film.

Resta infine in sospeso una sola domanda: ma perché il killer non ha affittato un auto?