The hateful eight

Con The hateful eight Tarantino tenta il colpo grosso, sfida sé stesso, realizzando un film sui generis, una sorta di western da camera, un’opera teatrale.

Dall’incipit Leoniano, lento, bellissimo, allusivo e lasciato alla musica, il regista fa muovere la storia soprattutto attraverso il dialogo e attinge molto dai suoi precedenti film. Fortemente nichilista, espressionista nella sua esibizione ostentata del sangue e della violenza, dagli accenni politici, come dichiarato da Tarantino stesso, The hateful eight è avvolto da delle musiche subdole e inquietanti di Ennio Morricone, che rimandano al genere horror e ben si amalgamano a ciò che vediamo, perfino una svolta che sembra virare verso il genere giallo, con il sospetto e la ricerca dell’avvelenatore del caffè.

Bellissima inoltre la fotografia e lodevole la ricerca di una qualità di ripresa naturale, un atto d’amore al cinema grande 70mm, che si rispecchia nella scelta di ripresa con la Ultra Panavision.

Ma è riuscito questo colpo grosso? A metà, diciamo. Un ottimo film a mio giudizio, che resta però inferiore al capolavoro Django Unchained. È indubbio comunque che sia un film da vedere e rivedere, senza giudicare con eccessiva fretta.

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