Sicario

Sicario ci conduce nella lotta al narcotraffico al confine tra USA e Messico e ci inquieta con una praticità e pragmaticità nel pensare che non si preoccupa di sporcarsi di violenza e sangue, lontana dagli imperativi morali, etici e legislativi che si riflettono nei grandi occhi azzurri di Kate, interpretata da Emily Blunt.

Lei è come un bambino che scorge per la prima volta la realtà del mondo, improvvisamente conscia che, nella sua vita, fin’ora ha solo “raschiato la superficie”.

Lungo tutto il film c’è un nemico invisibile, che però lascia evidenti, penzolanti e putridi effetti del suo male, e una controparte che seguiamo, il cui atto di violenza è invece evidente e (ma) giustificato con la semplicità di un sorriso di Josh Brolin.

Totali e panoramiche aeree si alternano e si allacciano ai volti dei protagonisti negli stacchi di montaggio, unendosi a una lentezza contemplativa del ritmo del film, da cui fanno capolino scatti improvvisi, volti a sorprendere, che costringono a restare sempre sulle spine.

Sicario è in tutto e per tutto un film di Villeneuve, regista che ha ormai mostrato ad Hollywood un suo personale stile.

È invece sceneggiatura invece a mancare di alcuni guizzi, come era stato invece in Prisoners, con cambiamenti e sfasamenti di prospettive intriganti e sorprendenti, o in Enemy, dove il finale scioccava e costringeva a rivalutare l’intero film. Qui la storia non si ammanta di quell’inquietante mistero di cui dovrebbe e ci lascia semplicemente in attesa di qualche perché e di un epilogo che aspettiamo. Anche un personaggio tra i principali, come il collega di Kate, viene asciato e ripreso più volte, fino a svanire.

Eccezionale Benicio Del Toro.