Fermo posta Tinto Brass

Ora finalmente capisco, guardando Fermo posta Tinto Brass e il pene proboscide che il regista fa saltare fuori dai calzoni nel finale, cosa intendeva la mia professoressa dicendo che il fallo è un pene investito di valore culturale e sociale.

Tinto Brass realizza un film autoreferenziale, sfruttando la sua fama, fingendo che delle fan gli inviino del materiale erotico da visionare (gli piacerebbe). Ne risulta che il film sia un agglomerato di episodi di sembianza amatoriale, parecchi dei quali sono più comici che erotici. Rappresentano tutti delle perversioni particolari, che Tinto valuta con occhi da esperto e critico, come a contemplare un affresco michelangiolesco, distraendosi solo per mangiarsi con gli occhi la sua segretaria, una Cinzia Roccaforte che tiene in sé la maggior parte dell’erotismo del film.

Proprio a quest’ultima Tinto non lesina ad espletare delle perle di saggezza, che io proporrei di raccogliere in un aforismario, quali: “la pipì è un mio tòpos“, oppure “questa se ne intende, ha il pelo sotto alle ascelle”.

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