Grisbì film recensione
1954,  Il caricatore

Grisbì

Noir francese, forse il primo, Grisbì è un film di Jacques Becker presentato alla 15ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, con cui Jean Gabin vinse la Coppa Volpi.

Max e Ritojn, hanno messo a segno un colpo milionario, ma quando la ragazza del secondo rivela il segreto al suo amante, i due diventano i bersagli di una banda rivale di malviventi.

Grisbì non è il film di gangster che vi potreste aspettare, quello “all’americana”, di certo lontano gli inseguimenti dalle sparatorie di quelli contemporanei (nonostante ce ne sia una molto avvincente). Max è ormai avanti con gli anni ed è stanco di quella vita. Vorrebbe ritirarsi e godersi l’ultimo bottino. Ma l’amico di sempre, come sempre, lo caccia in un bel guaio, costringendolo a fare delle scelte.

I gangster di Grisbì sono galantuomini, uomini con un certo savoir-faire, che amano sedersi a tavola e discutere, rivolgersi con cortesia alle cameriere e accompagnarsi alle ballerine, costretti per educazione ad assistere ai loro spettacoli. È proprio in questi contesti che si sviluppa gran parte la storia. Quando il film inizia, infatti, il colpo è già stato fatto.

Questo classico francese a ben vedere è soprattutto una storia di amicizia e una sorta di vicenda crepuscolare e senile del genere gangster. Una malinconia di fondo evidenziata dalle musiche di Jean Wiener e da un leitmotiv struggente.

Come detto, seppure con ritmi diversi da quelli odierni, si tratta di un film che ancora oggi conserva il suo grande fascino.

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