Birdman o l’imprevedibile virtù dell’ignoranza

Birdman, miglior film dell’anno? Forse sì, forse no. Sicuramente un film interessante, fortemente attuale, realizzato con grande maestria, intelligente e critico.

L’essere uomo e l’essere attore sono temi su cui si sofferma Iñárritu, ma non il fulcro del film, diventando uno spunto per riflettere sulle papille gustative del pubblico del cinema e sui comportamenti attuali di questi ultimi, ma non solo, anche del contesto culturale e mediatico intorno a tutti noi e al cinema. All’ego. Al successo legato alla frivola apparenza, ai social network.

Michael Keaton come Riggan Thomson, è l’attore ricordato e affermato per aver vestito una calzamaglia, quella di Batman, che ha dovuto dimostrare altrove le sua bravura, mentre Edward Norton e Mike Shiner, sono grandi attori che spesso non trovano ingiustamente i riflettori della massa puntati su di loro e non vengono insigniti di quei premi che gli attori “si assegnano a vicenda per cartoni e film pornografici che dipendono dal box office del weekend”.

Il colpo di scena finale offre nuovi e ulteriori spunti sull’interpretazione della storia che ci viene proposta e la riflessione che la accompagna. A voi la parola!

E dopo aver discusso del contenuto, passiamo alla forma: regia impeccabile, bellissima fotografia, una storia in piano sequenza che dimostra l’abilità degli attori e del regista stesso, unica, il cui ritmo viene dato soprattutto dalla sola batteria.

Birdman è un film che potrebbe raccontare questi tempi filmici a un corso di cinema tra 10-20 anni.