quasi famosi film recensione
2000,  Ballare,  Cantare,  Riflettere

Quasi famosi

Dopo il successo di Jerry Maguire, il regista Cameron Crowe ebbe l’opportunità (e la credibilità) di lavorare a un progetto fortemente autobiografico, che venne alla luce 4 anni dopo: Quasi famosi.

Quasi famosi racconta la storia di William Miller, un quindicenne appassionato di musica rock e un precoce giornalista, che si ritrova in tour per gli USA con gli Stillwater, una band in ascesa su cui deve scrivere un pezzo per conto della rivista Rolling Stone.

Etichettato tra la commedia e il film musicale, Quasi famosi non è un film di rockstar e di eccessi, ma una storia che parla della crescita di un ragazzo nella cultura degli anni 70, specialmente quella musicale rock. Di rock in effetti ce n’è tanto, ma a ben vedere è tutto sullo sfondo di un film la cui forza è nella storia (vincitrice peraltro dell’Oscar alla migliore sceneggiatura originale). Il volto e gli occhi sgranati di Patrick Fugit, che interpreta il protagonista, sono quelli di un fan che vive in prima persona la quotidianità dei suoi idoli, ma anche quelli di un bambino che s’incammina verso l’età adulta, scoprendo le doppiezze, l’ipocrisia e gli interessi dietro i personaggi idealizzati.

Seppure sia difficile immedesimarsi nei protagonisti del film, visto il tenore autobiografico, è possibile comunque condividerne le passioni e lasciarsi travolgere dai momenti divertenti e deliranti di cui il film è costellato.

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