rosemary's baby recensione film polanski
1968,  Almeno una volta nella vita,  Sorprendersi,  Spaventarsi,  Tendere i nervi

Rosemary’s baby

E se Maria avesse partorito il diavolo e non Gesù? Cos’avrebbe fatto? Io non lo so, ma so cosa potreste fare voi: guardare Rosemary’s baby. E perché?

Se mi avete perdonato per la blasfemia, ascolterete il mio consiglio e guarderete un sontuoso film che ha fatto la storia del genere horror. Innanzitutto perché l’elemento spaventoso entra nel quotidiano, si insinua sottopelle, e nel film di Roman Polański gli elementi più comuni, come uno sgabuzzino e degli anziani vicini di casa, divengono elementi inquietanti.

La storia stessa nasce dal consueto e dalla natura: Rosemary vuole avere un figlio, ma intorno a lei le persone si comportano in modo strano, il marito la trascura e i vicini divengono via via più molesti.

Regna una costante ambiguità, che perdura fino al finale, e una fervente paranoia che tiene sempre lo spettatore sul chi va là.

Gli spazi domestici sono occlusivi e claustrofobici, la musica angosciante e noi viviamo con Rosemary un crescente senso di disagio.

Dietro alla vicenda, volutamente ambivalente, si celano inoltre molte suggestioni e forse velate critiche. L’arrivismo a tutti i costi del marito, specchio di una società, l’incapacità di integrarsi, la passività di Rosemary, casalinga prigioniera e la paura che qualcuno (qui i vicini) tiri i fili delle nostre vite.

E il finale? Palpitante e lucidamente enigmatico.

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