the irishman recensione film martin scorsese
2019,  Il caricatore,  Sorprendersi

The irishman

The irishman è stato sicuramente il film più atteso dell’anno, insieme a C’era una volta a Hollywood, e alla sua uscita in molti hanno gridato al capolavoro. Ma è davvero così?

Martin Scorsese sceglie la vera storia di Frank Sheehan per girare un film che è la summa della sua carriera, un disincantato canto del cigno dei gangster movie.

Per farlo si avvale dello sceneggiatore Steven Zaillian e non rinuncia a sviluppare numerosi filoni narrativi, prendendosi il tempo necessario, che per l’inciso sono 3 ore e mezza. Una durata molto oltre la media, nonostante il ritmo non sia lento, che rendono il film magniloquente, un’epica cantata in giacca, cravatta e pistole.

Per far ciò erano indispensabili gli attori icona del suo cinema (e del cinema), semplicemente perfetti: Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci.

Ma il significato del film sta tutto nel finale e in poche semplici parole dette da un’infermiera. Lei non sa chi sia Jimmy Hoffa e il vecchio Frank è solo nella sua stanza, senza neanche sapere che giorno è. Come a dire che nulla di tutto ciò che è stato fatto, dal sangue versato agli sproloqui, dal denaro sporco alle amicizie, vale più nulla. Perché un giorno nessuno se ne ricorderà e alla resa dei conti l’amore di Peggy contava molto di più.

È questo finale che dà valore a The irishman che, nonostante ciò, non è il capolavoro di Scorsese, né il capolavoro dei nostri tempi, perché non inventa o sorprende, non aggiunge qualcosa di nuovo, bensì chiude il cerchio.

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