Ombre malesi film recensione
1940,  Commuoversi,  Sorprendersi

Ombre malesi

In una piantagione di alberi della gomma sorge una casa padronale. Sentiamo uno sparo. Un’uomo esce, ferito. Una donna lo segue all’esterno e scarica tutti i proiettili su di lui, anche quando è già a terra, inerme. Inizia così Ombre malesi di William Wyler, mettendo immediatamente in scena tutti gli elementi del suo film. Chi è l’uomo? Cos’è successo tra lui e la donna? Si tratta di un omicidio o di legittima difesa?

Intitolato nella versione in lingua originale The letter, è tratto dal racconto e poi opera teatrale di William Somerset Maugham, ed è “già” il remake di un film del 1929.

Protagonista è Bette Davis, interprete di uno tra i ruoli più ambigui e magnetici della sua carriera, affiancata da Herbert Marshall, nei panni del marito innamorato, e da James Stephenson, che ricopre il ruolo di un avvocato integerrimo ma al contempo tormentato. L’attore verrà a mancare proprio l’anno successivo all’uscita del film.

La fotografia gioca con la luce filtrata dalle tapparelle, tagliando orizzontalmente il volto della Davis, sottolineando la doppiezza e i dubbi morali.

Oggi, a distanza di 85 anni, Ombre malesi è ancora un film moderno per i temi, anche se può risultare “invecchiato”. Siamo nelle note del melodramma piuttosto che del noir – nonostante alcuni elementi – o del thriller e resta un passo indietro rispetto ad altri film contemporanei che trattano tematiche psicologiche, il sospetto o la dicotomia colpevole-innocente. Per citarne alcuni: Rebecca la prima moglie (1940), Il sospetto (1941), Angoscia (1944), La donna del ritratto (1944), Io ti salverò (1945).