King Arthur – Il potere della spada

La storia di King Arthur ha origini ataviche e per questo è di sicura attrattiva. Come Romolo, Mosè, Paride e tantissimi altri è il bambino abbandonato, che scopre le sue origini e si scopre speciale. La solita storia quindi? Sì, ma ciò che rende questo film un grande intrattenimento e uno splendido esercizio di stile è il modo di raccontarcelo.

Guy Ritchie realizza un film che ha il suo ormai riconoscibilissimo stile, espresso magnificamente da un grande montaggio. Come già visto in Sherlock Holmes, la regia nelle scene più concitate alterna ai rapidi movimenti di macchina e alle zoommate improvvise dei ralenti, mentre le inquadrature cambiano rapidamente con frequenti tagli che passano dal totale fino a primissimi piani dei volti concitati e a dettagli dei corpi. Il montaggio salta inoltre avanti e indietro nel tempo, mostrandoci ciò che i personaggi raccontano, in un alternarsi che non solo dà un ritmo indiavolato al film, ma si fa portatore di significati, caratterizzando spesso la scena di ironia o svelandoci che stiamo ascoltando una bugia o ancora che stiamo assistendo a un ricordo sofferente, e così via.

Lode anche al sonoro che con strumenti a fiato o a corde dall’incedere martellante e rumori come il tintinnare di monete o l’incessante respiro di un uomo, ritmano l’azione e allo stesso tempo agiscono in automatico sulla psiche, generando ansia, fretta, affanno, sforzo e perfino la leggerezza di una presa in giro.

A tutto ciò si unisce la spettacolarità computerizzata delle scene, che non viene abbandonata a sé stessa, e una storia intrisa di fantasy costruita per rendere il suo King Arthur un irresistibile eroe, le cui azioni sono scritte per portare lo spettatore a immedesimarsi e galvanizzarsi durante la sua evoluzione narrativa.