Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza

Leone d’oro a Venezia nel 2014.

Così, come l’italianissimo barone rampante, il piccione svedese (forse noi, forse il regista, forse noi con gli occhi del regista) osserva dall’alto e riflette. E ciò che si vede è il tripudio dell’ineluttabile mediocrità esistenziale e l’indissolubile comunanza patemica delle persone, che in un qualche modo rende non eccezionale, non stra-ordinario, anche il film, in una coincidenza tra significante e significato.

La frase di circostanza, l’azione apatica, il surrealismo della quotidianità. Il film, concettuale ed intelligente, trova la sua espressione in 39 piani sequenza, inquadrature immobili, che divengono quadri, dai colori cupi e di ordine scandinavo, che tuttavia appesantiscono il film, che fa della sua struttura proprio la giustapposizione di queste cornici. In questo, il film forse pecca e al tempo stesso si diversifica: l’episodicità, la ripetizione, la noia, come d’altronde la vita, e non una drammaturgia forte, una storia iperbolica, che così tanto amiamo vedere al cinema.

L’umorismo infine è amaro, perché è sentimento del contrario, che vuol far riflettere e poco fa ridere.

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