my fair lady film recensione
1964,  Innamorarsi,  Riflettere

My fair lady

My fair lady è un classico del cinema, un musical epocale, in grado di entrare nell’immaginario collettivo e di vincere numerosi premi, tra cui 8 Oscar. Ma com’è vederlo oggi, a distanza di oltre 55 anni?

La storia, tratta dal Pigmalione di George Bernard Shaw, racconta la scommessa di un linguista, che ritiene di poter trasformare una fioraia semi analfabeta in una donna dell’alta società.

Il film è imponente, dal punto di vista produttivo, scenografico e dei costumi, ma nonostante ciò al giorno d’oggi è difficile digerirlo per una buona ora e mezza, in cui le grida della protagonista in un dialetto pastrugnato rendo la visione ancor più difficoltosa.

Il ritmo del film dimostra i suoi anni e i temi, quali il sogno di diventare una donna ben educata della borghesia o ottenere il ruolo di responsabile di negozio, sono ormai superati.

Resta invece forte e vivida l’ultima parte, che è anche la più spiritosa, dove il conflitto tra il linguista Henry Higgins e la “sua creatura” Eliza Doolittle entra nel vivo. In questo caso, il tema dell’identità oltre il ruolo sociale e i sentimenti che i due provano, sopravvivono agli anni e arrivano ancora a noi.

Nonostante tutto ciò, a oggi, resta impensabile un remake – anche se qualcuno ci ha provato – e My fair lady resta un mostro sacro del passato, anche grazie all’iconicità del personaggio interpretato da Audrey Hepburn.

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